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Riflessioni giuridiche e politiche
Sull'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori (L.20 Maggio 1970,n.300)
post pubblicato in Diritto, il 22 dicembre 2011


Prima di procedere ad un'analisi dell'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, appare utile fornire un quadro analitico delle fasi che precedono l'applicazione della norma de qua.
La L. 183/2010 "collegato al lavoro" (art.32), ha riformulato i primi due commi dell'art. 6 della L.604/1966, delineando un nuovo sistema di impugnazione da applicare a tutti i casi di invalidità del licenziamento.
Il lavoratore, nel termine di decadenza di 60 giorni della ricezione della comunicazione dei motivi, se questi non sono contestuali al licenziamento, deve impugnare il licenziamento con qualsiasi atto scritto anche extragiudiziale, idoneo a rendere nota la sua volontà.
Nella fase giudiziale, qualora il giudice dichiari l'illegittimità del licenziamento dovrà valutare quale forma di tutela applicare, a seconda delle dimensioni dell'azienda, specificamente se applicare la tutela reale (art. 18 Statuto dei Lavoratori) o la tutela obbligatoria (art.8 L. 604/1966). Con quest'ultima forma di tutela il datore di lavoro viene condannato a riassumere il lavoratore entro 3 giorni oppure a risarcire il danno da questi patito, versandogli un'indennità compresa tra un minimo di 2,5 ed un massimo di 6 mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto. La scelta tra riassunzione o indennità spetta al datore.
Diversamente, allorquando il giudice dichiara inefficace il licenziamento ovvero ne dichiari la nullità ordina al datore di lavoro di reintegrare (riassumere) il lavoratore nel posto di lavoro e liquida, altresì, un'indennità commisurata alla retribuzione globale di fatto, dal giorno del licenziamento sino a quello dell'effettiva reintegrazione nonchè al versamento dei contributi previdenziali ed assistenziali dal momento del licenziamento al momento dell'effettiva reintegrazione.
Conclusivamente, la scelta operata dall'organo giudicante tra le due forme di tutela (reale ed obbligatoria) tiene conto preliminarmente delle dimensioni aziendali (numero dei dipendenti) difatti se un'azienda occupa più di 15 dipendenti il giudice sarà propenso per l'applicazione della tutela reale, facendo salvo quanto è disposto dall'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori.
Nella temuta ipotesi di modifica dell'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, se verrà operata a danno dei lavoratore, verrà compromessa la possibilità della reintegrazione e della tutela risarcitoria con tutte le conseguenze di legge.
Rosa Valenti

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Furto Archeologico – caratteri generali – fattispecie- disciplina
post pubblicato in Diritto, il 9 aprile 2011


A norma degli articoli 822 comma 2 e 826 comma 2 codice civile, appartengono al demanio dello Stato gli immobili riconosciuti di interesse storico, artistico, archeologico, paleontologico, paletnologico, da chiunque e in qualunque modo ritrovate nel sottosuolo. I beni che  fanno parte del demanio pubblico sono inalienabili, specificamente, non possono formare oggetto di vendita nei confronti dei terzi, se non per concessione amministrativa,  "la PA ( Pubblica amministrazione) vanta un diritto di prelazione (art. 31 l. n.1089 del 1939) con riguardo all'alienazione di beni fra privati con valore artistico/storico comporta l'acquisizione coattiva del bene ed il suo assoggettamento al regime del demanio pubblico, ai sensi degli artt.822 e 824 c.c." (Cass., Sez. III, 21 Giugno 1995, n. 7020). Nel momento in cui, invece, viene in rilievo una condotta criminosa atta ad impossessarsi di un bene di interesse archeologico, storico e simili si integra il reato di furto archeologico, tale reato originariamente disciplinato dall'art. 67 della legge 1089/1939, poi modificata dal testo unico in materia di beni culturali ed ambientali dall'art. 125 del D.lgs n.490 del 1999, infine, attualmente regolamentato dall'art. 176 del d.lgs n.42 del 2004 del codice dei beni culturali e del paesaggio, prevede la reclusione fino a tre anni e la multa da euro 31 a 516,50 per chiunque si impossessa dei beni culturali appartenenti allo Stato. Recente giurisprudenza ha affermato che " il possesso di oggetti di interesse artistico, storico o archeologico si deve ritenere illegittimo a meno che il detentore non dimostri di averli legittimamente acquistati. Tali oggetti, invero, sono di proprietà dello Stato sin dalla loro scoperta e il loro impossessamento, sia che provenga da scavo che da rinvenimento fortuito è previsto dalla l. n.1089 del 1939 come delitto punito con la stessa pena comminata per il furto" (Cass.Pen. 01/02/2005, n. 12618). 
Pertanto, per il reato di furto archeologico si applica la normativa prevista dal codice per i beni culturali, mentre gli artt. 624 - 625 c.p. (furto circostanze aggravanti) sono ricavati ai fini dell'applicazione della pena.
Rosa Valenti
              

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Manifestazione del 13 febbraio. Diritto all'onore e alla reputazione
post pubblicato in Diritto, il 14 febbraio 2011


Le manifestazioni di domenica 13 febbraio che si sono svolte in  numerose città italiane avevano un comune denominatore scendere nelle strade per il rispetto della dignità umana in particolare quello della donna contro la mercificazione del corpo al fine di ottenere dei vantaggi di natura personale.
Dal punto di vista giuridico si parla specificamente di diritto all'onore e alla reputazione o decoro e trovano riconoscimento nell'art. 2 della Costituzione " che riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo" sia dalle norme penali che puniscono il reato di ingiuria (594 c.p) e diffamazione (595 c.p).
Per "onore" si intende la considerazione che il soggetto ha di sè, di conseguenza, qualora venga leso con offese e simili si determina un peggioramento della autostima;
per "reputazione" si intende la considerazione che i terzi consociati hanno nei confronti del soggetto o titolare del diritto;
per "decoro" si intende la dignità fisica, sociale ed intellettuale del soggetto.
Dal punto di vista civilistico gli strumenti giudiziari a tutela dell'onore e della reputazione consistono nella richiesta di cessazione del fatto lesivo, risarcimento del danno e pubblicazione della sentenza in uno o più giornali diffusi a livello nazionale.
Rosa Valenti

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Famiglia di Fatto - Questioni giuridiche
post pubblicato in Diritto, il 10 febbraio 2011


La famiglia è una delle formazioni sociali dove si svolge la personalità dell’individuo (art. 2 Cost.), l’istituto del matrimonio civile su cu si fonda la famiglia (art. 29 Cost.) , così come previsto dal nostro ordinamento giuridico, prevede numerose disposizioni che lo regolamentano,vedi il caso dello scioglimento del matrimonio, dell’istituto della filiazione e della adozione nonché della successione legittima, tali norme non vengono applicate a soggetti conviventi ossia alle c.d “famiglie di fatto o naturali”.

La famiglia di fatto non costituisce un istituto “novum” del nostro ordinamento giuridico, essendo che lo stesso era noto sin dal diritto romano (allora si parlava di concubinato), attualmente per famiglia di fatto si designa l’unione di due persone di sesso diverso che convivono more uxorio senza avere contratto matrimonio. Secondo costante giurisprudenza affinché sussista famiglia di fatto o naturale non è sufficiente la sola coabitazione ma è necessaria, altresì, una situazione interpersonale di natura affettiva con carattere di tendenziale stabilità che si esplichi in una comunanza di vita e di interessi e nella reciproca assistenza morale e materiale. (Cass. Civ., sent. 8 agosto 2003, n. 11975; Trib. Milano, sent. 9 marzo 2004).

V’è da precisare che il nostro ordinamento giuridico non prevede delle norme che disciplinino ( come nel caso di soggetti legati da vincolo matrimoniale) i relativi diritti ed obblighi dei soggetti conviventi, tuttavia all’interno del sistema giuridico italiano sono previste delle norme “sparse” dirette alle unioni di fatto è il caso dell’art. 199 c.p.p. ( che prevede la facoltà di astensione a deporre per  i  prossimi congiunti dell'imputato ( anche per  chi conviva o abbia convissuto con lo stesso) ; il riconoscimento dei figli naturali art. 250 c.c.;  il D.p.r. 30 maggio 1989 n. 223 che considera, dal punto di vista anagrafico, i conviventi come appartenenti allo stesso nucleo familiare;  la L. n. 179 del 31/07/1992 art. 17 che in tema di assegnazioni di alloggi popolari, riconosce al convivente more uxorio di subentrare all’assegnatario defunto.

Pertanto, qualora sorgessero delle controversie relativi a diritti e doveri tra soggetti non legati da vincolo matrimoniale non risulta essere applicabile, nemmeno in via estensiva, le norme previste dal capo IV del libro VI del codice civile poiché disciplinanti l’istituto del matrimonio.

Rosa Valenti


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Delitto di atti persecutori (Stalking)
post pubblicato in Diritto, il 9 febbraio 2011


http://www.diritto.net/il-foro-penale.html

Rosa Valenti

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Reato di “Prostituzione minorile” - fattispecie- elementi costitutivi
post pubblicato in Diritto, il 22 gennaio 2011


L’art. 600 bis c.p definisce la prostituzione minorile come chiunque induce alla prostituzione una persona di età inferiore agli anni diciotto ovvero ne favorisce o sfrutta la prostituzione è punito con la reclusione da sei a dodici anni e con la multa da euro 15.493 euro 154.937. Salvo che il fatto costituisca piu' grave reato, chiunque compie atti sessuali con un minore di eta' compresa tra i quattordici e i diciotto anni, in cambio di denaro o di altra utilita' economica, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa non inferiore a euro 5.164. La norma in questione è intesa a tutelare l’integrità psico- fisica del minore in conformità a quanto già previsto dalla Convenzione sui diritti del fanciullo. Recente giurisprudenza ha affermato che il delitto di prostituzione minorile sussiste anche nel caso in cui l’autore del reato abbia indotto soggetti minorenni ad avere rapporti retribuiti non già con una pluralità indiscriminata di persone, ma solo con l’agente stesso, poiché l’interesse protetto è lo sviluppo psicofisico del minore. Per tale ragione, il legislatore ha previsto in riferimento alla prostituzione minorile, nei commi secondo e terzo della citata disposizione, la punibilità del “cliente”, per la quale è sufficiente che il minore abbia ricevuto denaro o altra utilità economica in cambio di prestazioni di tipo sessuale. (Cass., sez. III, 4 luglio 2006- 5 ottobre 2006, n. 33470). In questa sede, per completezza espositiva è opportuno fare cenno alla possibilità che il giudice di merito può comminare al c.d “cliente”, oltre alla misure di sicurezza detentiva, la pene accessorie dell’interdizione dei pubblici uffici e dell’esercizio della tutela e curatela, “in quanto il delitto di prostituzione minorile costituisce un’ipotesi speciale ed aggravata del reato di induzione, favoreggiamento o sfruttamento della prostituzione ove commesso ai danni della persona minore. (Cass., sez. III, 8 febbraio 2008- 5 maggio 2008,n.17844). In conclusione, ove il fatto, venga commesso da persona che esplica cariche pubbliche è opportuno in un paese democratico come il nostro (e come è già successo in altri paesi) che l’indagato si dimetta, faccia un passo indietro, poiché nessuno è indispensabile, purchè regni la legalità, il buon costume, il buon senso comune e la  democrazia! (non siamo in dittatura!!!)

Rosa Valenti

 

 


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Sulla immunità parlamentare
post pubblicato in Diritto, il 23 novembre 2009


L’art. 68 della Costituzione prevede che senza autorizzazione della Camera di appartenenza nessun membro del Parlamento può essere arrestato o privato della libertà personale, salvo che in esecuzione di una sentenza irrevocabile di condanna o sia colto in flagranza di reato (.. ),La  successiva legge n. 140 del 2003 all’articolo 1 prevedeva la sospensione dei processi penali, anche per fatti antecedenti all’assunzione dell’incarico e fino alla durata dello stesso per le più alte cariche dello stato cioè per il Presidente della Repubblica, Presidente del Senato della Repubblica, Presidente della Camera dei deputati, Presidente del Consiglio dei ministri e per il Presidente della Corte costituzionale. La Corte Costituzionale con sentenza del 20.01.2004, n. 24 ha dichiarato costituzionalmente illegittimo,  l'art. 1 comma 1 e 2, della legge 20/6/2003, n. 140, ha affermato che “la misura predisposta dalla normativa censurata, infatti (sospensione generale, automatica e di durata non determinata del processo penale, in relazione alla coincidenza delle condizioni di imputato e di titolare di una delle cinque più alte cariche dello Stato, con l'intento della tutela dell'apprezzabile interesse del sereno svolgimento delle rilevanti funzioni inerenti a quelle cariche, tutelabile in armonia con i principi fondamentali dello Stato di diritto, rispetto al cui migliore assetto la protezione è strumentale), creando un regime differenziato riguardo all'esercizio della giurisdizione, in particolare di quella penale (regolato, nel nostro ordinamento, sotto più profili da precetti costituzionali e rispetto a cui, fin dalle origini della formazione dello Stato di diritto, sta il principio di parità di trattamento), incide, menomandolo, sul diritto di difesa dell'imputato, essendo ininfluente in considerazione dell'interesse generale sotteso alle questioni di legittimità costituzionale l'atteggiamento difensivo da questi concretamente assunto in giudizio (nell'alternativa tra continuare a svolgere l'alto incarico sotto il peso di un'imputazione oppure dimettersi dalla carica, rinunciando al godimento di un diritto garantito dall'art. 51 della Costituzione). Risulta, altresì, sacrificato il diritto della parte civile (la quale, anche ammessa la possibilità di trasferimento dell'azione in sede civile, deve soggiacere alla sospensione prevista dal comma 3 dell'art. 75 del codice di procedura civile)”. In conclusione la suddetta legge era palesemente in contrasto con gli articoli 24 e 3 della Costituzione, detto ciò, oramai è storia, l’attuale governo ha elaborato il “Lodo Alfano” anche questo dichiarato incostituzionale, i nostri eroi stanno facendo ricorso al piano b cioè al “ il processo breve”, come se il problema urgente in Italia in questo momento fosse una riforma della giustizia!.

Rosa Valenti

 


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Sull’ interpretazione costituzionale
post pubblicato in Diritto, il 18 settembre 2009


E’ cosa nota agli operatori di diritto che la Costituzione italiana può essere modificata attraverso il procedimento aggravato di cui all’articolo 138 della Cost., ma nell’ipotesi in cui un soggetto chiede in via giudiziale il riconoscimento di un diritto non previsto espressamente dalla Costituzione cosa si deve fare: modificare di volta in volta il testo costituzionale (il che sarebbe eccessivamente gravoso e dispendioso) o rinunciare al riconoscimento del presunto diritto?, certamente no.

I giudici attraverso un’interpretazione cosiddetta “estensiva” possono riconoscere e tutelare dei diritti, sempre nel rispetto del principio della separazione dei poteri, non espressamente riportati nel testo costituzionale, ad esempio nell’art. 2 della Costituzione dove vengono riconosciuti i diritti inviolabili dell’uomo si possono far rientrare una vasta categoria di diritti quali la libertà sessuale, il diritto alla vita, etc., in quanto norma a fattispecie aperta. In tal modo numerosi diritti sono stati riconosciuti dai giudici italiani, questo tipo di interpretazione costituisce un parametro importante soprattutto tenendo conto che quotidianamente e soprattutto con il progresso tecnologico e l’evoluzione dei tempi nascono diverse forme di diritti che necessitano di una qualche forma di tutela.

Rosa Valenti


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Evoluzione Legislativa in materia di Sicurezza nei Luoghi di Lavoro.
post pubblicato in Diritto, il 1 maggio 2009


 

L’ articolo 2087 del codice civile prevede che il datore di lavoro deve adottare tutte quelle misure necessarie al fine di tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro, pertanto, il datore deve prevenire nei luoghi di lavoro situazioni di pericolo e di danno che possono mettere a repentaglio la salute, la sicurezza e la vita degli stessi lavoratori. Il dovere di sicurezza a carico del datore di lavoro a norma dell'art. 2087 cod. civ., assolto con l'adozione di tutte le cautele necessarie ad evitare il verificarsi dell'evento dannoso ed anche con l'adozione di misure relative all'organizzazione del lavoro, tali da evitare che lavoratori inesperti siano coinvolti in lavorazioni pericolose, si atteggia in maniera particolarmente intensa nei confronti dei lavoratori di giovane età e professionalmente inesperti, esaltandosi in presenza di apprendisti nei cui confronti la legge pone precisi obblighi di formazione e addestramento, tra i quali primeggia l'educazione alla sicurezza del lavoro (art.11, legge n.25 del 1955). Conseguentemente, l'accertato rispetto delle norme antinfortunistiche di cui agli artt. 47 e 48 del d.P.R. n.626 del 1994 e dell'allegato VI a tale decreto, non esonera, il datore di lavoro, dall'onere di provare di aver adottato tute le cautele necessarie ad impedire il verificarsi dell'evento, con particolare riguardo all'assetto organizzativo del lavoro, specie quanto ai compiti dell'apprendista, alle istruzioni impartitegli, all'informazione e formazione sui rischi nelle lavorazioni, senza che in contrario possa assumere rilievo l'imprudenza dell'infortunato nell'assumere, come nella specie, un'iniziativa di collaborazione nel cui ambito l'infortunio si sia verificato (Cass. civ., Sez. lavoro, 18/05/2007, n.11622). L’articolo 2087 c.c. deve leggersi in relazione all’articolo 9 della legge n. 300 del 1970 comunemente chiamato Statuto dei Lavoratori, tale disposizione prevede che i lavoratori, mediante loro rappresentanze, hanno diritto di controllare l'applicazione delle norme per la prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali e di promuovere la ricerca, l'elaborazione e l'attuazione di tutte le misure idonee a tutelare la loro salute e la loro integrità fisica. In tema di infortuni sul lavoro non occorre, per configurare la responsabilità del datore di lavoro, che sia integrata la violazione di specifiche norme dettate per la prevenzione degli infortuni stessi, essendo sufficiente che l'evento dannoso si sia verificato a causa dell'omessa adozione di quelle misure ed accorgimenti imposti all'imprenditore dall'art. 2087 c.c. ai fini della più efficace tutela dell'integrità fisica del lavoratore. (Cass. pen., Sez. IV, 28/09/1999, n.13377)

Sostanzialmente l’articolo 2087 c.c. e l’articolo 9 dello Statuto dei lavoratori devono leggersi in chiave con il D.lgs 19 dicembre 1994 n. 626, il sistema risulta oggi imperniato sul principio della prevenzione da realizzarsi ex ante tramite una valutazione dei rischi per la salute e la sicurezza in azienda, e l’eliminazione dei rischi in relazione alle conoscenze acquisite in base al progresso tecnico e, ove ciò non è possibile, loro riduzione al minimo, per questo sono previste misure di protezione collettiva ed individuale. Per tutto quanto sopra premesso il datore di lavoro deve fare una valutazione dei rischi e redigere un apposito documento per la sicurezza che dovrà contenere:

a) una relazione sulla valutazione dei rischi per la sicurezza e la salute durante il lavoro, nella quale sono specificati i criteri adottati per la valutazione stessa;

b) l'individuazione delle misure di prevenzione e di protezione e dei dispositivi di protezione individuale, conseguente alla valutazione di cui alla lettera a);

c) il programma delle misure ritenute opportune per garantire il miglioramento nel tempo dei livelli di sicurezza. Il documento è custodito presso l'azienda ovvero l'unità produttiva; mentre grava sul lavoratore l’obbligo prendersi cura della propria sicurezza e della propria salute e di quella delle altre persone presenti sul luogo di lavoro, su cui possono ricadere gli effetti delle sue azioni o omissioni, conformemente alla sua formazione ed alle istruzioni e ai mezzi forniti dal datore di lavoro. Le norme dettate in tema di prevenzione degli infortuni del lavoro, tese ad impedire l'insorgenza di situazioni pericolose, sono dirette a tutelare il lavoratore non solo dagli incidenti derivanti dalla sua disattenzione, ma anche da quelli ascrivibili a imperizia, negligenza e imprudenza dello stesso. Ne deriva che il datore di lavoro è sempre responsabile dell'infortunio occorso al lavoratore, sia quando ometta di adottare le idonee misure protettive, sia quando non accerti e vigili che di queste misure venga fatto effettivamente uso da parte del dipendente, non potendo attribuirsi alcun effetto esimente, per l'imprenditore che abbia provocato un infortunio sul lavoro per violazione delle relative prescrizioni, all'eventuale concorso di colpa del lavoratore, a meno che, in tale ipotesi, il comportamento del dipendente presenta i caratteri dell'abnormità, inopinabilità ed esorbitanza rispetto al procedimento lavorativo e alle direttive ricevute, come pure dell'atipicità ed eccezionalità, così da porsi come causa esclusiva dell'evento. Tali connotazioni d'imprevedibilità e di abnormità devono essere valutate in relazione all'esperienza lavorativa del dipendente rimasto infortunato (Cass. civ., Sez. lavoro, 06/08/2003, n.11895).

Rosa Valenti

Sull ‘indennità ordinaria di disoccupazione
post pubblicato in Diritto, il 25 marzo 2009


 

La proposta del Segretario del PD Dario Franceschini di una indennità ordinaria di disoccupazione per i disoccupati che hanno perso il lavoro dal 1 settembre 2008 al 31 dicembre 2009 è stata bocciata. Ma vediamo in che cosa consiste l’indennità.

L’indennità ordinaria di disoccupazione è gestita dall’Inps e finanziata dai contributi posti a carico dei datori di lavoro, il diritto all’indennità spetta a chi risulti essere privo di lavoro per ragioni a lui non imputabili. Il D.d.L n. 848 bis/2003 prevede un meccanismo teso a garantire al lavoratore un’indennità pari al 60% dell’ultima retribuzione per i primi 6 mesi, per poi scendere al 40% e al 30%, il tutto per una durata complessiva di mesi 12. Tuttavia questa riforma non prevede un intervento diretto dello Stato per aiutare i lavoratori che si trovano in stato di disoccupazione, ciò si pone in contrasto con il principio dello Stato sociale, cioè uno Stato che elimini le disuguaglianze sostanziali che ci sono nel Paese, tale principio seppur non reso esplicito in numerose norme costituzionali è reso in modo implicito nelle stesse, basti pensare all’articolo 3 comma 2 della Costituzione: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini,impediscono il pieno sviluppo della persona umana (..).

Premesso ciò, l’istituto dell’indennità ordinaria di disoccupazione è una misura provvisoria che tende a “tamponare” una situazione di svantaggio sociale a medio tempore, superata questa fase occorrono degli interventi nel mercato del lavoro che mirino a contrastare l’instabilità e il precariato.

Rosa Valenti


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Falsa identità sul web
post pubblicato in Diritto, il 4 marzo 2009


 
Chi usa una falsa identità sul web commette il reato di cui all’articolo 494 c.p. “Sostituzione di persona” che punisce “chiunque attribuisce a sé o ad altri un falso nome o un falso stato al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un danno”.
“L'art. 494 c.p. ha come suo oggetto di tutela penale la pubblica fede la quale ben può essere insidiata da parte di inganni che siano relativi all'identità, agli attributi sociali o alla mera essenza di una persona. Tali inganni sono in grado di sorprendere la pubblica fede piuttosto che la sola fede privata in quanto potenzialmente capaci di superare la cerchia ristretta di un determinato destinatario” (Cass. pen., Sez. V, 08/11/2007, n.46674).
- Per nome si intende l’identità della persona quale: nome – cognome- data e luogo di nascita- professione;
- Per stato si intende : l’avere raggiunto o meno la maggiore età- cittadinanza- libero – coniugato;
- Per Fede pubblica si intendono gli inganni propinati ad un numero indefinito di persone
Il reato in esame si perfeziona qualora si inducono in errore gli utenti, i quali credendo di interloquire con una persona in realtà interloquiscono con un’altra al solo fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un danno, configurandosi in questo modo una falsa rappresentazione della realtà: si pensi agli acquisti fatti su internet in cui si crede di contrattare con Tizio che in realtà è Caio utilizzando un altrui identità o un nome di fantasia.
Rosa Valenti

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Il decreto legge un’arma a doppio taglio
post pubblicato in Diritto, il 14 ottobre 2008


 

Il decreto-legge è un atto che il Governo può adottare nei casi straordinari di necessità e d’urgenza; il Governo deve presentare alle Camere il decreto il giorno stesso per la conversione (art.77 Cost).

La caratteristica peculiare che hanno i decreti legge è data dalla provvisorietà di questi atti,infatti i decreti perdono efficacia sin dall’inizio se non vengono convertiti in legge entro 60 giorni dalla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.

Da ciò ne consegue che il decreto-legge diventa una priorità da discutere in Parlamento lasciando così nell’oblio “temporaneo” (si spera) le altre proposte di legge che dovranno essere discusse,poiché la legge di conversione ha precedenza nei lavori delle Camere.

Il decreto diventa un’arma a doppio taglio nell’ipotesi in cui non venga convertito in legge poiché gli effetti prodotti sino a quel momento vengono meno perché non c’è più una base legale, potremmo dire che il decreto ha effetti retroattivi, pertanto i beneficiari di quel decreto vedono cadere irrimediabilmente le loro aspettative.

Ma qui mi voglio soffermare sui caratteri del decreto che,come dice la nostra Costituzione,deve essere emanato nei casi straordinari ; di necessità;e di urgenza,quale potrebbero essere una catastrofe naturale;una calamità e simili e allora perché la decretazione d’urgenza viene utilizzata in materia d’istruzione?

Sono fermamente convinta che la scuole italiana (a mio parere una delle migliori d’Europa) non versi in una situazione così catastrofica da richiedere un decreto legge!.

Rosa Valenti




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